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I CARBONAI

Quando l'I.R. Delegazione Provinciale di Bergamo nella sempre sua lodabile vista di meglio utilizzare e prosperare la coltivazione de boschi ha emanato e pubblicato un regolamento sulla coltivazione e taglio de boschi e in ispecial modo per l'aumento e conservazione delle piante di opera… secondo la pratica è l'esperienza fatta nella nostra Valle di Scalve distretto XIV° di Clusone della suddetta provincia di Bergamo, ove ci vantiamo, e lo confessano anco gli altri paesi, di essere i migliori coltivatori e utilizzatori dei boschi, e come anco l'esperienza lo dimostra essendo quivi i molti boschi assai ben coltivati e mantenuti in prospero ed utile andamento; questa regolamento nuovamente introdotto non può servire ad utilizzare e mantenere in prospera vegetazione i nostri boschi di cui trattasi, ma più tosto a nostro giudizio a diminuirne all'utile, ed il prosperamento, per le cause che di seguito coscienziosamente esporremo in base alla perfetta condizione acquistata colle esperienze fatte, e riconosciute dal fatto.
Primieramente si riflette che la vista di avere piante da opera quivi non è da ritenersi, dacché per la sua topografica ubicazione non sono trasportabili al luogo di smercio e di consumo, dovendosi per uscire dalla valle in discorso sormontare una vasta e alta montagna per cui ne conviene e si può tradurre piante o legname da opera, e quindi tutte le reti e si convertono in carbone che si consuma il luogo sui diversi forno fusori di ferro e alcune fucile, pel consumo dei quali non è neppur approssimativamente sufficiente il carbone prodotto da nostri boschi, che devonsi provvedersene altrove da altri distretti e anche persino da altre province per alimentarli, per cui il carbone locale è assai ricercato è ben pagato, e perciò, meglio si utilizzano i boschi convertendo le loro legne in carbone, di quel che si otterrebbe vendendole di opera; mentre quivi e sul luogo non consumasi da opera…
Ed è perciò che il modo di meglio utilizzare questi boschi si è quello di coltivarli nel miglior modo possibile onde producano maggior quantità e miglior qualità di legne di carbone, risultando da ciò maggiore utile da boschi, maggior prosperamento del locale commercio del ferro che nella sua ampiezza e coltivazione impiega tante braccia ed è il principale e quasi unico mezzo di sufficienza di questa povera e da teste popolazione.
(Petizione alla Logotendenza della Lombardia, 3 maggio 1855)

E quando arrivava questo mese di settembre, si tagliavano anche i faggi, quelli grossi e si "schinavano"… e poi dopo si portavano al "gial", lo spiazzo dove facevamo il carbone. Tiravamo indietro la terra, spianavamo bene il gial… quasi colmo nel mezzo, perché se pioveva tanto l'acqua doveva uscire e non lasciar dentro allagato.
Piantavamo giù 4 o 5 "simai" ben diritti… con una tromba di circa mezzo metro di vuoto sul mezzo e dopo facevamo un cerchio nel mezzo con un bastone e con una "stropa" legavamo un fascio di simai, che costituiva una tromba nel mezzo.
Cominciavamo a drizzare una catasta di mezzo metro, poi di un metro, poi un metro e mezzo… perché la legna era di circa due metri e mezzo… adoperavamo il manico della scure e calcolavamo la lunghezza di due manici e rompevamo la legna tutta a questa lunghezza, così, quando drizzavamo su il "poiat", era tutto un uguale livello sopra…
Nel mezzo mettevamo i ceppi di paghera e i faggi li mettevamo sull'esterno e dove non c'erano i faggi e c'erano solo i ceppi, usavamo le radici, per far diventare il poiat bello rotondo.
Poi prendevamo i rami di paghera per fare la "pelle" al poiat, per arrotondarlo un pò più bene per togliere tutti i buchi... e si diceva fare la pelle al poiat. Dopo tagliavamo la "dasa" bella morbida e coprivamo il poiat… poi prendevamo la terra e lo ricoprivamo bene… per tener su la terra mettevamo delle stanghe… sempre altre 1.50… così quelle tenevano ferma la terra e le mettevano tutte in giro. Finito, accendevamo il fuoco: andavamo in cima al poiat, in cima alla tromba e buttavamo giù il fuoco sul fondo e ci buttavamo sopra un gerlo di "gnocc" - pezzetti di ramo di un 10 centimetri - e di "stèle", quelle che si producono quando si taglia la pianta con la scure.
Lui, il poiat, si metteva subito a fumare perché aveva l'aspiraggio, perché in fondo, prima di mettere il fuoco, facevamo le bocchette… quattro bocchette... che mandavano fuori l'aria. Dopo, quando il fuoco era ben attaccato… e andava adagio adagio… riempivamo bene il camino… lo coprivamo anche sopra, da lasciarlo fumare un po', ma non tanto… mettevamo su una corteccia bucata, per non lasciar brillare la fiamma…
Comunque ci volevano ventiquattro ore perché il fuoco arrivasse in cima alla tomba… poi il poiat comincia su in cima a cuocere e poi va in giù verso il basso… I tempi variavano conforme alla qualità della legna e alla grandezza del poiat; se era di soli rami, in ventiquattro ore il fuoco arrivava sotto, se era di legna grossa ci voleva più tempo…
Questi qui così grossi non li lasciavamo fumare, tenevamo dentro il fuoco, il calore, per poter scaldare bene tutta la legna in giro.
Dato quattro o cinque giorni, prendevamo un ramo, facevamo la punta e, all'altezza di due metri, facevamo dei buchi nella terra - li chiamavamo i "fumaroi" - una ogni trenta centimetri… tutto in giro.
Dopo dodici ore, bisognava imboccare il poiat, perché nel mezzo lui mangiava, calava continuamente: quando vedevamo che la terra si infoppava, bisognava tirarla indietro, cacciavamo giù altra legna… sottile, secca; altrimenti si creava un'altra "fame" di qua, poi una di là…
E la legna che si metteva doveva essere asciutta e secca per far più carbone e si andava meno alti per infilare la stanga, per pestare, per imboccare. Ogni dodici ore bisognava imboccare per i primi sei o sette giorni… a questa punto cominciava a farsi tutto carbone, ma bisognava essere capaci di guidarlo, rimboccarlo… perché poteva capitare che da una parte cuocesse perché s'era formato un canale d'aria e allora di notte bisognava chiudere i fumaroi perché non entrasse l'aria.
Bisognava avere l'avvertenza di far cuocere prima di sopra, leggermente prima, perché è quando lo si imbocca il fumo va in giù, e se la fame viene in giù e lo doveva imboccare da sotto, il fumo si mangiava tutto…
Bisognava avere un'altra avvertenza… il gial a quei tempi era per metà sul buono e per metà sul ripido e qui la terra era più debole, respirava di più di quella compatta e il poiat sente… cuoce prima dalla parte ripiena e allora bisognava tenere il fuoco sempre più avanti sul terreno duro, a monte… e allora mettevamo la legna lpiù grossa a valle e quella più minuta a monte…
I poiat cuocevano conforme alla grandezza… c'erano quelli che ci tenevano otto o nove giorni… quello grosso di 224 quintali che c'erano dentro mille quintali di legna, perché è un quintale di carbone si faceva in media con quattro quintali e mezzo di legna che avevamo fatto in Val di Voglia aveva fumato 19 giorni.
Bisognava essere capaci di far cuocere il poiat anche quando pioveva… bisognava stare attenti… fare un buco in terra, alla base, perché la dasa non lasciasse penetrare l'acqua e poi gli cavavamo l'acqua da sotto. I poiat piccoli soffrivano, ma i poiat grandi si difendevano, con il calore che avevano dentro… solo che mangiava, bisognava imboccarlo due o tre volte di più.

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