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Museo Etnografico

MUSEO ETNOGRAFICO DI SCHILPARIO

Orari: Tutti i giorni dalle 9,00 alle 12,00 e dalle 13,00 alle 17,30
tel. 0346 55393

LA MINIERA E I MINATORI

La miniera occupa un posto rilevante nell'econoimia del museo, in armonia con l'importanzadell'industria estrattiva nella storia della Valle e nella vita de gli abitanti di Schilpario. Questo rilievo non deriva solo dalle antichissime origini dello sfruttamento del sottosuolo, ma dal suo radicamento nell'economia e nella società locale, con implicazioni che si ripercuotono sulla cultura della gente di qui (le miniere di ferro sono state definitivamente abbandonate in anni recenti, mentre è continuato più a lungo, anche se in modo precario, lo sfruttamento dei giacimenti di barite). L'elemento più singolare e caratterizzante è costituito dal ciclo integrale della lavorazione del ferro, dalla escavazione del minerale (siderite in netta prevalenza) alla produzione di utensili (o di armi, come avveniva ai tempi della dominazione veneta, a cui si deve l'impulso a questo tipo di organizzazione completa dell'industria mineraria scalvina). Anche quando le profonde trasformazioni tecnologiche e economiche della rivoluzione industriale rendono impraticabile il ciclo integale e la produzione di manufatti perde importanza di mercato, continua però - accanto all'estrazione la produzione della ghisa, ottenuta con il carbone di legna. Le persistenze non riguardano solo il ciclo di produzione: le condizioni di vita e di lavoro dei minatori rimangono pressochè invariate, almeno fino all'avvento della "Società" (la Falk), che subentra alla fine degli anni trenta ai consorzi di piccoli proprietari e che introduce tecnologie moderne e cambiamenti decisivi delle condizioni lavorative. La "stagione" mineraria iniziava a settembre e proseguiva fino a Pasqua. Durante l'estate si portavano a termine le operazioni di sminuzzamento del minerale “taisà”, di trasporto per la torrefazione e le lavorazioni successive. la giornata lavorativa di dieci ore era suddivisa tradizionalmente in “piarde”; anche le misurazioni seguono sistemi arcaici tradizionali: il minerale, raccolto con il “val”, viene misurato con il “quarter”; tre quarter fanno una “soma” (circa 90 chili); i viaggi dei portatori sono conteggiati con sassolini; la scansione del tempoe dello orario di lavoro è segnata dalla quantità di olio della lampada (1 lùm=1 piarda). La “lùm” o “lùm de Sardegna” sarà poi sostituita dalla lampada a acetilene. L'escavazione procedeva con metodi e strumenti arcaici, tutti fabbricati in Valle: la zappa “sapa”, il vaglio “val”, il piccone “pic' e roca”, il martello “marte”, i vari tipi di ferri “fer, ponte”, la mazza “masèta”, l'apposito strumento per pulire i fornelli “spasèta”, la grande mazza e il ferro per la lavorazione a cobia (a coppia), di maggiore resa, ma non sempre praticabile nell'angustia degli spazi; i martello per tagliuzzare il minerale prima della torrefazione; il gerlo tagliato dei “purtì”, che trasportavano il minerale lungo le gallerie all'interno della miniera e il bastone che ne accompagnava il procedere curvati (è anche un riferimento al lavoro minorile: i purtì erano per lo più ragazzi). L'introduzione delle rotaie e dei vagonetti rappresenta una decisiva innovazione nell'organizzazione del lavoro e consente un più efficente sistema di trasporto del minerale. Gli stralci delle testimonianze non sono solo esplicativi rispetto agli oggetti: vi affiora la coscienza del lavoro secolare dei "nostri vecchi" (nella miniera si rinvengono sempre le tracce di un lavoro precedente, ancora più duro e inumano). Il minerale veniva portato al fondovalle dagli "strusì" , mediante le slitte “lese” (si vedano i due tipi, dell'estate e dell'inverno, con la cavezza e i pali), lungo percorsi fissi (la via di strusì), su pietre profondanente solcate dal passaggio delle lese. I testimoni indicano un terzo tipo di slitta,"ol lisì cùrt"che era usato dai ragazzi di 12-13 anni, nei primi trasporti. Al corredo degli strusì appartengono anche le racchette da neve “sèrcoi” e le ghette di canapa “striai”. Con lo sfruttamento industriale delle miniere, vengono installate teleferiche: un gigantesco impianto trasportava il minerale fino a Cividate Camuno, a segnare anche il superamento della "autarchia" produttiva (l'industria siderurgica scalvina rimane residuale, non più in grado di inserirsi nei grandi processi economici).

Il primo documento storico sulle miniere, citato da tutti gli autori, risale al 1100 circa (1047 secondo il Castelli, 1097secondo il Curioni) ed è il diploma con il quale Enrico III confermava agli abitanti della Valle di Scalve i diritti e i privilegi sul commercio del ferro.
Al 1251 risale invece l'atto di divisione dei beni promiscui fra Vilmaggiore, Barzesto e Schilpario, con il quale si assegnava a Schilpario un forno fusario di ferro.
Della stessa epoca è l'obbligo imposto dal Barbarossa agli scalvini di consegnare l'argento prodotto alla Zecca per il conio delle monete.
Ma l'epoca d'oro dell'industria mineraria scalcina coincide, senza dubbio, con la dominazione veneta.
Gli abilissimi commercianti della Serenissima seppero sfruttare a meraviglia l'operosità e l'intelligenza degli abitanti facendo fiorire una vera e propria industria siderurgica "a ciclo integrale",che dalla escavazione ed estrazione del minerale arrivava fino alla produzione di armi e utensilerie.
Tale industria provocò la formazione di quadri tecnici di alta specializzazione.
L'avvento della rivoluzione industriale, con le profonde innovazioni tecniche apportate ai procedimenti siderurgiche coincise, all'inizio dell'800, con all'arrivo in Valle dei nuovi padroni: prima Napoleone, poi l'Austria di Maria Teresa. L'industria siderurgica locale si trova costretta ad affrontare sia le conseguenze delle innovazioni tecniche con l'enorme aumento della produzione e la riduzione dei costi, sia la concorrenza della più ricca e attrezzata siderurgia austriaca. Ma gli scalvini, pur costretti ad abbandonare le lavorazioni secondarie, tennero viva per tutto il secolo, ed oltre, la produzione di ghisa al carbone vegetale. Sono di quell'epoca i caratteristici consorzi di piccoli proprietari di miniere, resi necessari per tenere in vita un'attività, costretta dall'evolversi dei tempi, a passare dalla fase artigianale alla fase industriale. Così, mentre andavano scomparendo ad uno ad uno tutti i forni di ghisa al carbone vegetale esistenti in Italia, i forni scalvini resistettero tenacemente, superando perfino le crisi del primo e secondo guerra.
Ma in sostanza i primi decenni del secolo furono caratterizzati dall'inarrestabile tramonto dell'industria siderurgica e dal sorgere ed affermarsi dell'industria estrattiva pura e semplice.
Il minerale di Schilpario si presenta sotto forma di siderite ( carbonato di ferro) a grana più o meno fine disposta nell'orizzonte detto del "servino" che sta alla base del triassico, avendo a letto la caratteristica arenaria rossa, delta in gergo "saress", e al tetto la dolomia cariata, gialla dall'aspetto spugnoso, molto usata dai nostri vecchi nelle costruzioni per la facilità di lavorazione e per la sua proprietà isolante.
Il cosiddetto "servino", a Schilpario, ha una potenza di circa 200 metri ed è caricato a "franappoggio", cioè ha un andamento grosso modo analogo a quello del versante destro del Dezzo. Nel corpo del "servino", e con un andamento concordante, sono intercalati banchi di siderite che sono cinque e denominati da tetto a letto: Gruffella 1°, Gruffella 2°, Lignola, Gruffone, Pannello.
Questi banchi non sempre ci sono tutti (i superiori spesso sono stati erosi) e, anche quado ci sono, solo raramente sono tutti mineralizzati.
 La loro potenza varia da pochi centimetri (e comincia a consentire la escavazione quando raggiunge almeno gli 80 centimetri) fino a 2-3 metri e, in qualche raro caso, fino a 7-8 metri.
Lo studio della genesi di questi giacimenti ha interessato numerosi studiosi e pare ormai universalmente accettata alla teoria della formazione metasomatica secondo la quale alcuni strati di calcare, depositati per sedimentazione nei fondi marini o lacustri, vennero in seguito investiti da soluzioni idrotermali contenenti sali di ferro e manganese, le quali sostituirono il calcio col ferro e col manganese, trasformando il carbonato di calcio in carbonato misto di ferro e manganese.
I primi tempi la povere nera era fatta con nitro e carbone di legna, legna di paghera, ma più che altro radici. Si pestava un po' come si fa col sale nel "murter", si bagnava anche un pò perché se no prendeva fuoco o faceva scintille… si faceva asciugare sul fuoco e bisognava mischiarla bene con un bastone di legno… poi si metteva al sole… quando era bella secca, si prendeva un bastoncino, si tagliava dei pezzi di giornale … si faceva il "birulì" che si riempiva di polvere nera.
Per ogni mina -le mine allora erano corte perché erano corti i buchi dei fornelli… non si facevano mica con le perforatrici- si mettevano una o due cartucce, secondo la carica che si era preparata. Si faceva il buco con la "punta" e con la "maseta"… si puliva tutto con la "spaseta"… per far penetrare più bene quei ferri si metteva anche l'acqua, poi si asciugava bene con la "gaja", che sarebbe lo scarto che si forma quando si usa lo "spinass" per pettinare la canapa o il lino…
Asciugato tutto bene, mettevamo la polvere nera e la miccia... la miccia la tagliavamo varie volte per essere sicuri che il fuoco si attaccasse bene e così il colpo esplodeva nel modo giusto.
I nostri vecchi non facevano gli avanzamenti, ma andavano in superficie e scavano in giù… prendevano "la vena" per i capelli… ancora adesso ci sono dei posti pieni di acqua - su alla Stentada noi una volta per esempio stavamo annegando… - scavando in giù i nostri vecchi facevano come delle tombe profonde… La montagna a forza di portar via roba, cede… prima di arrivare all'Andech, dove c'è quel canale che chiamano il Foppone, ci sono dei crepacci grandi così e ne sono andate giù tante di pecore… ma quando vanno giù non le vedi più. Uno pratico, in questi ultimi tempi che funzionavano le miniere, poteva andar dentro qui al ribasso del Gaffione e venir fuori al Vivione…
Quando si perdeva la vena, bisognava cercarla con gli assaggi, perché se la montagna è giusta… i filoni li devi trovare a forza di provare da una parte e dall'altra… anche i periti sbagliavano delle volte e ti facevano fare magari degli avanzamenti sbagliati… prendere la vena non era mica sempre facile… non era sempre lì a portata di mano… come andare a prendere la minestra… bisogna che la montagna sia giusta… il dentro corrisponde al fuori.
I minatori di Schilpario erano apprezzati anche all'estero perché erano grandi lavoratori… e poi erano esperti… Capo primo, a fare i minatori ci vuole anche la vista: quando si sta facendo un avanzamento, per esempio, bisogna vedere subito come e dove fare gli scarichi dell'acqua e i buchi giusti, con le loro posizioni e inclinazioni per far lavorare l'esplosivo nel modo che ci vuole… perché con la detonante le cariche devono partire tutte insieme, con un colpo solo… le volate bisogna saperle calcolare… sta saper trattare con l'esplosivo… l'esplosivo non è una patata. Maestro non è nato nessuno… ci vuole l'esperienza.
La miniera si chiamava "frera" e i "frerì" erano quelli che facevano i buchi nella roccia, profondi 40-50 centimetri; i minatori facevano esplodere le mine; i "purtì" portavano fuori il minerali e chi li caricava si chiamava "manèt". A quei tempi quando si parlava di giornata si diceva "piarda"… e una giornata di lavoro era fatta da due piarde, per uno totale di dieci ore di lavoro! E pensare che il nostro vitto consisteva solamente nella polenta… Il capo era il "maister" e stava più tempo nella baracca a mettere a posto i ferri e a sistemare quello che non andava, poi veniva anche lui a lavorare in miniera.
Un capo in una miniera contava molto: se era pratico vedeva il pericolo prima degli altri… era il capo che doveva decidere se era meglio continuare ad avanzare in un posto o spostarsi da un'altra parte, perché c'era pericolo o perché non era conveniente. Se in un posto il tetto era più sicuro, ordinava di allargarsi un po', se era pericolante si procedeva più stretti e si lasciavano più tante colonne…
Si lavorava ancora con la "masèta", che si adoperava anche per andare in su… in seguito invece usavamo la "còbia", una mazza più grande e più pesante che aveva il manico come quello di un "pic"; con la còbia si lavorava in due e si andava più svelti, e si faceva anche metà fatica, però bisognava stare molto attenti perché era facile prendere delle mazzate. I pezzi più duri erano quelli del minerale bianco: con la masèta si faticava proprio tanto: sembrava di bucare un'incudine…
Dopo averlo pestato, il minerale veniva portato giù ai Fondi, dagli "strusì" con le "lese". Facevamo il lavoro d'estate o d'inverno, secondo il posto e le varie miniere. Era meglio lavorare d'inverno perché la "lesa" scivolava meglio… anche se fa freddo, c'è il pericolo della slavine e quando c'è vento non si riesce più a capire qual è la strada. La lesa dell'estate è più piccola, ma per farla scivolare sulle pietre si faceva molta fatica…
Sulle lese dell'inverno si caricavano sacchi di minerale per un peso totale di 8-9 quintali... allora si parlava di "some", e ogni soma era 90 chili; per fare una soma ci volevano tre "quarter". Il minerale lo si caricava con il "val" e per ogni quarter caricato si metteva un sassolino ne "criel", così alla fine si faceva il conto delle some trasportate a valle.
Sulle lese dell'estate,  invece si caricavano 5-6 quintali: erano lese più piccole e si facevano scivolare su strade fatte apposta di pietre, nelle quali si sono fatti dei solchi profondi, delle canaline, col passare continuo delle lese… si possono ancora vedere queste pietre e si può capire la fatica degli strusì. La lesa si tirava con la "caèsa", agganciata solo al centro quella dell'estate e sui due lati quella dell'inverno, poi la lesa si manovrava con il "palo".
I primi viaggi si facevano a 12-13 anni… caricavamo un val e usavamo "ol lisì curt", perché la misura della lesa variava a seconda della persona… la larghezza era sempre quella perché doveva tenere i binari o le canaline che si formavano forza di passare…
Le lese le facevamo noi, chi le adoperava se le costruiva da solo: il frassino doveva essere bene stagionato e duro, "marùt", perché allora rispondeva bene. Poi bisognava sempre avere le "zonte" adatte: le cambiavamo ogni giorno o ogni due giorni e le mettevamo sulla secarola, dove ce ne stava non sei o sette paia; quando si faceva la polenta il caldo andava su e faceva seccare le zonte…
Noi viaggiavamo sempre con le zonte di frassino o di "vel", ma nelle "sorc" tenevamo pronte le "zonte di paghera", che servivano quando pioveva: non ci voleva molto a cambiarle, bastava essere pratici del mestiere e usare le nostre "malizie"… avevamo sempre in tasca la scatola della "sonza", che era come la nostra sciolina.
La strada che dalle baite e dei Fondi va fino all'Andech era divisa in tanti pezzi detti "sorc": chi faceva lo strusì aveva il suo pezzo di strada da tenere in ordine, prendeva un pò di terra e la buttava sulla strada quando c'erano dei violenti temporali, metteva a posto le pietre che col tempo si erano un mostre, preparava le zonte che andavano meglio per quello pezzo di strada…
Partivamo la mattina verso le tre dai Fondi con la nostra lesa e andavamo su a fare il primo viaggio: in genere si facevano tre viaggi al giorno… in certe miniere qualcuno non è faceva quattro.
Montare la teleferica è stato un lavoro lungo e difficile… montare tutti i cavalletti… sopra Villa di Lozio c'era un'intermedia… una prima girava qui sul colmo della montagna… sul colmo c'era solo la rotaia che girava… poi andava all'intermedia, dall'intermedia andava ad un'altra intermedia giù nel fondovalle sotto Villa di Lozio, alle Ràseghe, e da lì partiva in salita è andava fino alla Valle dell'Inferno… Era lunga undici chilometri e più: andava fino a Cividate.
Viene collegata così...la cordina naturalmente è intera,ma la portante viene interrotta ogni due o tre chilometri con i cavalcavia, altrimenti sarebbe troppo lunga e pesante... così anche se dovesse capitare un disastro che si spacca una corda, il disastro e rimane dentro tutto in quel tronco lì, senza investire tutta la teleferica.
La traente invece era divisa in tre tronchi e basta; da qui andava a Villa di Lozio, da Villa di Lozio andava giù ad un'altra intermedia e poi partiva e andava fino a Cividate.
Un grosso lavoro: c'erano 120-130 vagonetti e ogni vagonetto pressappoco ortava quattro quintali di minerale: il minerale era già cotto prima, nei forni di torrefazione al Gaffione… poi da Cividate lo portavano a Sesto San Giovanni con il treno. La teleferica l'avevano costruita per le difficoltà dei trasporti… prima il minerale lo portavano a Darfo con i camion, poi durante la guerra i camion li avevano portati via e allora avevano costruito la teleferica che lo portava di là e dentro la montagna avevano fatto anche i fornelli…
Per montare una teleferica del genere ci vogliono due o tre anni di lavoro, un lavoro lungo e difficile: eravamo anche in 90 a portare su le corde! Tutte le squadre partivano per portare di là le corde… una corda di 40-45 mm, ne davano otto o nove metri per ciascuno e c'erano tronchi lunghi 400-500 metri da sistemare, secondo la posizione del cavalletto. Un lavoro molto pericoloso, ma per fortuna non ci sono stati incidenti gravi.
Le miniere del gruppo di Schilpario si sviluppano nell'ambito di due concessioni minerarie: concessione Barisella e concessione Sopracroce-Fondi.
Le due concessioni sono fra loro confinanti ed abbracciano praticamente tutto il versante destro dall'Alto Dezzo da Schilpario fino al Passo del Giovetto. I lavori delle due concessioni sono fra loro strettamente interdipendenti e molte delle gallerie principali partono in zona Sopracroce-Fondi ma raggiungono i lavori di coltivazione in zona Barisella.
In tutto il gruppo si sviluppano circa 40 chilometri di gallerie e fornelli.
È interessante rilevare che la concessione Barisella, il cui decreto risale al 1881, era in origine suddivisa per ventotto buche di miniera, ognuna delle quali corrispondeva a 100 carature. Ben difficilmente le 100 carature di una bocca appartenevano ad uno solo proprietario; nella maggior parte dei casi ogni bocca era ripartita fra tre o quattro proprietari, i quali ogni anno dovevano concordare il programma dei lavori da svolgere. Nel sottosuolo poi avvenivano facilmente delle contestazioni, poichè capitava sovente che una massa di minerale poteva essere raggiunta da due o più bocche. Di solito ci si regolava con il criterio del primo arrivato.
Nel 1928 le 2800 carature del Barisella erano ancora suddivise farà bene 17 proprietari.
Attualmente le concessioni Barisella e Sopracroce formano un tutto unico e, per comodità di riferimento, si possono dividere in quattro zone.
1. Zona dei cantieri altri che comprende praticamente i cantieri posti sul crinale meridionale dei Colli dai 1700 metri fino ai 2000 e che dovrebbe convogliare il minerale al centro del Gaffione (q. 1240 mt.) a mezzo di una tronco di teleferica dalla bocca Barisella Bassa (q. 1800 mt.) alla bocca Campo (q. 1415 mt.).
Il tronco di teleferica era in progetto quando è subentrata la crisi attuale.
2. Zona dei cantieri orientali che comprende oltre alla bocca Cimalbosco a quota 1550, tutti i cantieri a est di Cimalbosco fino al Passo del Giovetto. Questa zona, attualmente inattiva, dovrebbe convogliare il minerale al centro del Gaffione a mezzo della teleferica già esistente Cimalbosco-Campo-Gaffione.
3. Zona dei cantieri centrali che fanno capo alla galleria Campo a quota 1415, attualmente ancora attivi, e che mandano il minerale al Gaffione con la sopracitata teleferica.
4. Zona dei cantieri occidentali bassi che fanno capo alla galleria Ribasso Gaffione e che convogliano il minerale direttamente al Gaffione a mezzo della ferrovia decauville.
(da una relazione anonima predisposta poco prima della chiusura definitiva delle miniere anni '70)

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