Clicca

DEVOZIONE POPOLARE ALLA PASSIONE DI GESU’ IN UN DIPINTO MURALE DI VILMINORE DI SCALVE

Relazione della professoressa Gianfranca Martinenghi Rossetti, Vilminore 4 agosto 2000

L'affresco Presentazione Premessa L'attribuzione
Affresco o dipinto murale? La Vergine e il bambino Le arma Christi
     

Le arma Christi

Passando alle Arma Christi è d’obbligo una premessa storica sull’origine di questa raffigurazione, che ha introdotto in tutto il mondo cristiano un modo di praticare la devozione alla passione di Gesù, sostituita dal Settecento dalla "Via crucis" nella forma in uso ancora oggi.
L’inizio di questa pratica devozionale è fatta risalire al Papa San Gregorio Magno (540-604), sincero diffusore della verità della Messa come sacrificio della croce e della reale presenza di Cristo nell’Eucarestia . Egli infatti racconta di aver avuto, al momento della consacrazione, una visione del Cristo sofferente e di aver capito come veramente il vino si era trasformato nel sangue di Cristo. In un’icona del Cristo in pietà, proveniente da Gerusalemme, Gregorio riconobbe le sembianze del Cristo dell’apparizione e fece diffondere copie dell’icona, ritenendo che quello fosse il vero volto di Cristo. Alla devozione di tale immagine egli legò delle indulgenze, applicabili anche ai defunti.
Con il passare del tempo, le riproduzioni subirono delle modifiche, delle aggiunte, ad esse furono annesse, da altri pontefici, il testo delle preghiere da recitare durante la meditazione e l’indulgenza plenaria.
La raffigurazione delle ‘Arma Christi" è un insieme di simboli che si riferiscono alla Passione di Gesù.
Riconoscendoli ed osservandoli, il fedele rievoca nella sua mente e nel suo cuore il fatto narrato dal Vangelo: lo immagina e lo ricostruisce dentro di sé, considera i patimenti ed i sentimenti di Cristo, i gesti e le parole di comprensione o di offesa che gli altri gli rivolgono; si sente presente lui stesso a tali vicende e vive in sé le emozioni, esprime al Signore Gesù la sua compassione, la sua partecipazione, il suo dolore, il suo pentimento; sente di non essere estraneo alle sofferenze di Cristo, perché quelle pene sono provocate anche dal suo peccato, dalle sue infedeltà, dalla sua lontananza dalla giustizia e dalla carità verso Dio e verso il prossimo. Allora il fedele può sperimentare la compunzione, che è, al tempo stesso, il riconoscimento delle proprie colpe ed un sentimento di totale fiducia nel perdono di Dio.
La pratica di questa devozione richiede una partecipazione attiva: l’immagine dà solo lo spunto, l’occasione per sviluppare una riflessione; il resto è frutto dell’impegno del fedele: più egli è sensibile e religioso, più è capace di immaginazione e di compassione, più egli raggiunge la vicinanza al Signore Gesù, più ne condivide la sofferenza e più diviene disposto alla vera conversione, cioè al cambiamento di vita con il pentimento sincero ed il distacco dai peccati.
Le ‘Arma Christi’ di Vilminore sono una delle tante edizioni liberamente interpretate dall’artista di questo fatto religioso. Non è tra le più ricche di simboli né tra le più originali, ma pur riproducendo un modulo assai diffuso, offre sufficienti spunti di riflessione.
Per allargare un po’ la conoscenza di queste immagini, ne mostro alcune presenti in territorio bresciano ed altre tra le più note in campo artistico, tutte riferibili allo stesso periodo: due affreschi di Esine e di Berzo Inferiore, una tela e una tavola conservate nel seminario vescovile di Brescia e una tavoletta di Memling conservata a Melbourne, un affresco del Beato Angelico e una stampa conservata nella Biblioteca Nazionale di Parigi.
In seguito, a quanti sono presenti questa sera, non sarà difficile trovare altri esempi analoghi.
La rappresentazione più consueta prevede il Cristo in pietà, cioè con i segni della passione, emergente dal sepolcro; alle sue spalle c’è la croce con alcuni strumenti di tortura; sono rappresentati i personaggi che hanno partecipato ad alcune fasi della cattura, del processo e della crocifissione; talvolta la Vergine e San Giovanni, altre volte riferimenti al Papa Gregorio e il testo delle preghiere da recitare.
A Vilminore è presente al centro della scena il Cristo deposto che emerge a mezzo busto dal sepolcro. L’immagine è molto deteriorata e dal punto di vista artistico ha perduto molto del suo valore.
Tuttavia l’espressione del Cristo evidenzia una sofferenza intensa, una sorta di abbandono, un venir meno sotto un eccessivo peso di dolore, uno sfinimento supremo. Questo volto ha subito gli sputi e gli schiaffi, i colpi di canna sul capo, la trafittura delle spine; egli ha visto ed udito gesti di scherno e parole di umiliazione, di sfida, di derisione e di disprezzo. E’ veramente "l’uomo dei dolori", sul quale sono ricadute tutte le colpe dell’umanità. La sua regalità è indicata dalla‘corona di sangue’ che le punture delle spine hanno provocato sul suo capo, la sua obbedienza al Padre dalle ferite, il dono della salvezza dall’abbondante flusso di sangue che cola dal costato squarciato dalla lancia.
Nei segni del suo patire si coglie la grandezza del suo sacrificio, la totalità dell’offerta di sé, l’invito pressante a non rifiutare la salvezza conquistata a così alto prezzo.
Diventa qui più che mai opportuno l’invito del salmista: "Gustate e vedete quanto è buono il Signore" (salmo 34, 9). Veramente qui è possibile considerare quanto Egli è buono e quanto gli siamo costati.
Egli emerge dal sepolcro sul cui frontespizio permangono i segni di una lunga scritta in caratteri gotici, non più leggibile,ma il raffronto con il dipinto di Fuipiano e la presenza di quattro lettere rosse, che indicano l'inizio di un periodi, consentono di identificarla con lauda sacra scritta in tre strofe sul sarcofago di Fuipiano, che faceva parte integrante del pio esercizio per lucrare le indulgenze. A Esine la stessa lauda in quattro strofe è riportata a sinistra della scena, mentre a Vanzone di Borgosesia (VC) nella cappella del castello è scritta su uno stendardo a fianco dell’altare sul quale San Gregorio sta celebrando la Messa. La lauda completa si trova a Sovere, nella chiesa di San gregorio e si compone di sette strofe. Ecco il testo delle tre strofe, al termine delle quali si doveva recitare il Padre nostro e l'Ave Maria:
O Signore, Gesù Cristo, adoro Te messo in croce,
con la corona di spine sul capo
e Ti prego con la tua croce
mi liberi dell'angelo della morte.
Signore, Gesù Cristo, adoro Te trafitto sulla croce
tutto coperto di spighe ed abbecerato di fiele ed aceto,
e Ti prego che le tue piaghe
siano la salvezza dell'anima mia.
Signore, Gesù Cristo, adoro Te deposto dalla croce,
posto nel sepolto con odorosi balsami e mirra,
e Ti prego che la tua morte
sia per me dono di vita.
Dietro il Cristo sorge la croce di legno chiaro piallato che evidenzia le naturali venature: in essa sono confitti a destra i chiodi, più sotto si intravede la canna che forse recava la spugna; a sinistra si intravede una fascia, che riprende la rigatura del perizoma del Gesù bambino della scena precedente, e che potrebbe essere la fascia servita per la bendatura degli occhi di Gesù nel cortile del Sinedrio o le bende in cui era stato avvolto il cadavere nel sepolcro; quindi la lancia e all’estrema sinistra i flagelli pendono dalla croce; più sotto la tenaglia servita per sfilare i chiodi e per calare Cristo dalla croce.
Naturalmente ognuno di questi segni richiede di ricordare il momento in cui essi sono stati utilizzati ed invita alla riflessione cui è stato fatto cenno, che può arricchirsi degli spunti della narrazione della Passione fatta dai testi evangelici, dai brani biblici che la anticipano nelle profezie, dai salmi che fanno riferimento al Cristo sofferente. Quindi la sosta di meditazione può ben prolungarsi e anche variare a discrezione del fedele, che può indugiare ora su un momento ora sull’altro dei gravi patimenti del Signore.
A destra e a sinistra del Cristo, con partecipazione accorata, ma tutta intimamente vissuta, stanno la Vergine Madre ed il discepolo che Cristo amava più d’ogni altro. Sono loro che hanno potuto e voluto non abbandonarlo, sono stati loro i presenti ai piedi della croce, per condividere e consolare la sua agonia, per raccogliere e conservare le sue ultime preziose parole di sollecitudine e d’amore, per lasciarsi straziare dal suo forte grido nell’esalare lo spirito, ma anche per testimoniare la ferma fiducia nella divinità del Cristo e nell’azione salvifica del sacrificio della croce.
Ripercorrere di ora in ora la sofferenza di Maria, il significato del suo "Fiat" mantenuto dall’Annunciazione fino a questo momento (ma certo anche fino alla Resurrezione, all’Ascensione, alla Pentecoste ed all’Assunzione), è un esercizio spirituale di altissima tensione, di commozione profonda, di intima ed intensa considerazione della grandezza della condizione e del destino della creatura umana, che misteriosamente Dio chiama a grandi cose.
La figura della Vergine è ritratta con delicatissimo garbo in un’indagine affettuosa e precisa. Ella indossa abiti vedovili, questa specie di abito monacale scuro che in origine era bleu, con bianco soggolo; il viso, assai mutato da quello giovanile effigiato a sinistra, sembra un vero ritratto per la finezza dei lineamenti e per la forza espressiva. C’è in questo volto il segno di un dolore contenuto da una compostezza dignitosa, che nulla cede all’esibizione e all’ostentazione, ma piuttosto si atteggia, accompagnato dal gesto orante delle belle mani, all’adorazione e al riconoscimento profondamente convinto della divinità del Figlio. L’artista indugia a descrivere con precisione il volto, l’abito, le mani della Vergine, offrendo un’immagine di notevole dignità e nobiltà.
La figura di Giovanni, molto compromessa e già ritoccata prima dell’attuale restauro, risulta in gran parte ridipinta e poco conserva dell’espressione che il pittore doveva averle impresso. Lo sguardo, fisso nel vuoto, è scarsamente espressivo ed anche le mani non presentano la finezza di quelle della Vergine nelle due immagini in cui è ritratta.
Complessivamente quest’opera ha un suo chiaro significato ed un suo fascino, per la sequenza delle due scene, che come si è visto sono in stretto rapporto di significato e di simbologia per il delicato garbo con cui l’artista si esprime, nello sforzo ben riuscito di conciliare un messaggio, tutto sommato colto, in un linguaggio facilmente comprensibile alla semplicità dei fedeli ai quali veniva proposto.
Nel bordo inferiore della scena, posta a destra, si notano ancora i segni della iscrizione ormai illeggibile, che doveva indicare il nome del committente o quello dell’artista.
Il dipinto è stato eseguito e sussiste per altri motivi: per la religiosità di chi l’ha voluto, per la sensibilità dell’artista che l’ha eseguito e per il chiaro intento di invitare ad una pratica religiosa. Forse solo quest’ultimo intento, quello che più conta, è sopravvissuto cinquecento anni, è giunto fino a noi a riproporci il desiderio e la fede di quelle persone, almeno due, il committente e l’artista, che continuano a farci un dono rinnovato e prezioso.
E il loro invito non può che essere quello, raccolto dalla comunità di Vilminore, di vivere, di custodire e di trasmettere il messaggio religioso in esso racchiuso, gustando con gioiosa riconoscenza il messaggio e il dono.