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Questi articoli sono tratti dalla "Gazzetta comunale" degli anni '93-'98
Edita dal Comune di Vilminore -  direttore Pietro Bonicelli

Si ringrazia per la collaborazione Agostino Morandi

LA STORIA DI VILMINORE E DELLE SUE CONTRADE

VILMINORE DAL 1000 al 1700
Vicus Minor: ritratto di un borgo
Un'esplorazione nel passato alla ricerca di Vilminore antica

a cura di Miriam Romelli

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Non si conosce purtroppo l’esatta morfologia del territorio di Vilminore fino al termine del primo millennio, ma è certo che la zona aveva un aspetto diverso dall’attuale e che il paese non si trovava dov’è ora.
L’altopiano pressochè orizzontale che si corrisponde dall’una e dall’altra sponda del fiume Dezzo e sul quale sono adagiati i paesi della Valle di Scalve, lascerebbe pensare che "illo tempore" esistesse una grande pianura con il fiume che vi scorreva in mezzo. Terremoti ed immani diluvi sono riportati nelle cronache antiche (come un diluvio in Lombardia nel 586 d.c. ed un terremoto in Valle nel 1222...) e nei rogiti notarili dei secoli XIV° e XV° sono menzionate estesissime frane non ancora rimboschite soprattutto nel territorio di Vilminore. La Frigola fin sotto S. Maria era una sola frana così come Campione ed i Piani della Pieve, sui quali era adagiato l’antico Vicus Minor. In Dezzolo si conserva tradizione di una frana che seppellì la Chiesa antichissima e tra quei materiali, sicuramente di fabbrica, si trovarono pezzi di bronzo: probabilmente franarono le case dell’antica Pieve, quando lì sorgeva il villaggio che diede origine alla costruzione della prima chiesa della Valle. Per questo motivo Dezzolo fu spostato verso mattina.
La Pieve antica deve essere stata distrutta come centro di abitazioni attorno al 1000 (anno in cui si registra tra l’altro una terribile peste) e due secoli dopo Vilminore era già spostato ad ovest, anche se Bolvesto - che si trova sull’orlo dell’insenatura verso Campione - aveva ancora abitazioni nel secolo XVII° (il notaio Corradino Albrici vi possedeva un fondaco nel 1631).
Nel 1195 infatti si fissano i confini del Borgo Franco, che andava dalla Valle di Croce al fossato di Vilmaggiore, seguendo gli orli dei piani di S.Maria, di Bolvesto e della Pieve.
Il Borgo comportava l’esenzione da ogni peso rustico, il diritto di riscuoter dazio e tenere mercato settimanalmente, ma non sortì molti effetti pratici se non quello di suscitare una certa invidia nei paesi vicini.
Chi erano gli abitanti dell’antica Vilminore? Le tre famiglie che costituirono la primitiva aggregazione (o Vicinia) furono i Magri, i Ronchi e gli Zanoni. Ad essi si aggiunsero nel XV secolo i Romelli, che staccatisi dai Batilli di Dezzolo passarono a Vilminore stabilendosi sui territori che già vi possedevano.
I Capitani furono investiti nel 1222 del Feudo di Scalve, ma violentemente cacciati vi fecero capolino solo un secolo dopo, anche se pare avessero lasciato a Vilminore un gruppo di Bravi o masnadieri. Furono accolti nella Vicinia di Vilminore solo nel 1447. Una prima menzione degli Albrici, probabilmente provenienti dal Comasco, si ha nel 1251.
La vicinanza di Vilminore risultò pertanto così composta: Magri, Ronchi, Zanoni, Romelli, Capitanio, Albrici. Quando si calpesta l’asfalto che riveste le nostre strade, non dovremmo dimenticare che sotto quel mantello grigio c’è il "ris" sul quale hanno camminato gli antichi abitanti di Vilminore.
Il paese aveva un aspetto diverso dall’odierno ed anche l’occhio esperto faticherebbe a riconoscere la primitiva struttura del Borgo, sepolta da una trama di rifacimenti tessuta nei secoli.
È possibile invece tentare di fare un viaggio immaginario all’interno del Vicus Minor, collocando questa passeggiata nei secoli XVI e XVII . È necessario considerare un così vasto lasso di tempo perchè le notizie che hanno permesso questa ricostruzione sono state tratte da numerosi documenti riguardanti appunto i 200 anni citati e non è possibile avere il "colpo d’occhio" su di un periodo più preciso. Iniziamo questo viaggio in attesa che qualcuno inventi la macchina del tempo.
L’antichissima strada che da S. Andrea porta a Vilminore è stretta e lastricata, la salita è disagevole a causa dell’accentuata pendenza. Il percorso presenta ancora i segni delle frane che lo intaccavano nella seconda metà del 1400, ma se la fatica mozza il fiato, la vista che si presenta all’ingresso di Vilminore certamente non è da meno: ai piloni della forca semplice è appeso un giustiziato. La forca è chiaramente visibile da tutta la Valle, davanti ad un Castello dei Capitani (dov’è ora il cimitero) e l’ultimo dei suoi piloni sarà demolito solo nel 1818. Proseguendo verso il paese si scorge sulla sinistra la Chiesa di S. Maria, immersa nel verde ed unica costruzione della zona, mentre sulla destra (all’imbocco del sentiero di Campione) la piazzetta di Compercaglia sta ospitando una pubblica riunione; niente di strano, visto che l’allargamento della strada è stato ricavato proprio per quello. Entrando nel centro del paese, l’occhio cerca invano il Viale Manara Valgimigli, perchè verrà tracciato solo alla fine del 1800. L'attenzione potrebbe essere attratta dal vocio di alcuni studenti della Rinomata Scuola di Matematica di Vilminore (ora casa Sizzi) dove nel 1580 insegna un Sallustio Domeneghini di Malegno, oppure dai rintocchi della campanella posta sulla torretta all’angolo con quella che sarà Via S. Vincenzo: segnala le adunanze, gli incendi ed i pericoli. Poco più avanti, sulla destra, si scorge un palazzotto costruito in luogo preminente e munito a guisa di fortino che sarà la residenza del Cav. Tommaso Capitanio. Si sussurra che dietro il palazzo vi sia un sottopassaggio dal quale darsi alla fuga in caso di pericolo: che sia lo stesso usato più tardi dagli Arcipreti per recarsi direttamente dalla vecchia Canonica alla Chiesa? La nuova Pieve sorgerà infatti sul terreno "lasciato libero" dal palazzo nel 1628 e dicono che l’Arciprete riuscisse a sbucare proprio dietrol’AItar Maggiore.
(I bimbi di Vilminore, giocando a "tane" negli anni ‘20, scopriranno il segretissimo nascondiglio: era ampio e solidamente costruito in pietra, con il pavimento in acciottolato. L’entrata del sottopassaggio stava accanto alla cisterna della vecchia canonica). Lasciando la Contrada Cantone si entra in piazza del Malconsiglio. Alcuni curiosi, appoggiati ad una torre d’angolo (ora casa Campiòne) appartenente nel 1597 al nobile Donato Albrici, potrebbero assistere ad una riunione che si tiene sotto il porticato del Palazzo Pretorio, oppure notare un delinquente esposto alla berlina o la testa mozzata di un altro poggiata sulla mensola che sporge dalla facciata del Palazzo. La costruzione della residenza del Podestà fu decisa nel 1375, anno in cui la Comunità possedeva una casa nella Contrada di "Cima il Risso" e la parte più antica del palazzo era costituita dal fondaco che ha un’uscita a sinistra sotto il Voltone (ora Ufficio Turistico); queste erano le prigioni, con i locali soprastanti compresi quelli sopra il cavalcavia. Tutto fu distrutto da un incendio nella prima meta del 1400 e per qualche anno troveremo il ramingo Podestà alla Pieve, in Ponno ed al Cantone, alloggiato nei Castelli dei Capitani.
Non che i mancati feudatari fossero poi tanto ospitali, erano solo obbligati a farlo in virtù del trattato che li aveva resi Vicini. Con successivi acquisti dai Capitani e dai Ronchi rispettivamente nel 1563 e nel 1675, il Palazzo Pretorio è ampliato e ridotto allo stato in cui si trova attualmente.
L’angolo in piazza del Malconsiglio è detto "alla Crocetta" perchè da lì si dipartono quattro vie: la prima sale in Ponno (Pont) e quindi alla Pieve, la seconda porta ad ovest in Piazza Vecchia, un’altra scende alla contrada della Canale mentre la quarta va in Piazza del Malconsiglio, ribattezzata con il censimento del 1900 Piazza della Giustizia e non Piazza Giustizia com’è ora erroneamente indicato. La Canale (o Canalèclo come la chiamano ancora i meno giovani) deve il suo nome al fossato che porta l’acqua all’antica fontana della contrada. La Piazzetta diverrà in seguito l’entrata del paese quando nel 1854 verrà realizzata la nuova strada S. Andrea - Vilminore.

Cognomi e scutùm

Essendo giunta nel frattempo l’ora del pranzo, bisogna scegliere tra le tante un’osteria dove rifocillarsi, ma purtroppo non si sa dove siano. Peccato, perchè ci si sarebbe potuti recare all’osteria per così dire "pubblica", amministrata dai Vicini e gestita da un oste eletto annualmente.
Distribuisce a prezzi controllati pane, vino e generi di prima necessita, questo a patto di chiamarsi Magri, Romelli, Ronchi, Zanoni, Albrici, Capitanio. E gli altri non mangiano?
Perchè a Vilminore sono giunte anche altre famiglie e nessuna è stata accolta nella Vicinia: alla Canale vivono dal 1363 i Carizzoni detti appunto "Carizzoni della Canale", i Silli sono giunti dal Dezzo nel 1316 e daranno vita pure al ramo dei Baldoni, i Morzenti sono immigrati da Colere nel 1415. Una famiglia di Magnone detta "Palazzo" è passata a Vilminore nel 1500 cognominata Palazzi.
In Ponno vive una famiglia Bianchi ed il 17 gennaio 1704 Alessandro Bonicelli da Clusone fa battezzare a Vilminore il figlio Antonio. Troveremo nel 1804 i Ferrari da Castione fittavoli in Campione e detti "Campiù", scorrendo i registri della nuova Pieve si trova battezzato nel 1799 Battista Gelpi, figlio di Pietro Gelpi d’anni 26 e Marta Albrici d’anni 24.
I Tagliaferri di Vilminore provengono sicuramente da Pezzolo, dove componevano l’unica Vicinia ed anticipando i tempi, è medico a Vilminore nel 1564 un certo Ribera Gerolamo di Siracusa, "Provincia di Spagna". (sic!)
I Gelpi, giunti a Vilminore come cavapietre nella cava di Val di Croce, sono chiamati con l’onomatopeico soprannome di Pichècc.
Un intero volume andrebbe scritto sugli scutùm di Vilminore, questa sorta di cognomi minori che seguono quasi sempre l’uso del patronimico: il soprannome dato al capofamiglia diventa di norma la scutùm dei suoi discendenti. Il criterio adottato nell’assegnare il soprannome è feroce, raramente ci si riferisce ad una qualità (ed anche in questi casi c’è un pizzico d’ironia) di solito vengono enfatizzati un difetto od una cattiva abitudine e per questo motivo i più interessanti non si possono citare.
Non è andata troppo male ai Ronchis detti un tempo Ricci (saranno i nostri Lichi?) o Sefàt trasformatosi poi in Saàt e neppure si possono lamentare i Romelli Pascènte o gli Albrici Sìndec, Tète e Prànde.
In quest’ultimo caso l’origine del soprannome è anomala rispetto alla "tradizione" citata: nel 1766 una Elena di Prando Cattani sposa in seconde nozze Raffaele Francesco Albrici ed i loro discendenti verranno chiamati Prandi.
I Luigì erano un ramo ora estinto della famiglia Bonicelli e svariati sono gli scutùm passati e presenti dei Magri: Scaramèla, Onù, Zàndalei (da Zanus de Deleidis), Casòide, Puìno, Nioi, Bèch... Gli Zanoni sono detti Moie con evidente riferimento alla località dove abitavano e tra i Capitanio troviamo gli Schinèi, Sùrde, Cànge, Balù... Questi sono i soprannomi delle famiglie presenti già nel secolo XVIII°, nella seconda parte verranno riportati gli scutùm dei vilminoresi sopraggiunti in seguito.
Nel 1600 i bimbi di Vilminore venivano battezzati con i nomi di Comino, Petronilla, Pasino, Lencia, Diana, Licia, Laura, Pantalone, Oprando, Taddeo, Cosima... ed è rimasta traccia degli appellativi di Pachèt, Stropò, e Tulìno.

***

I nuovi arrivati hanno naturalmente provveduto ad aprire altre bettole, vendendo la merce a prezzo libero in concorrenza con la pubblica osteria.
A Vilminore vi è pure la Càneva per la Comunità Grande di Scalve, che funge da deposito e spaccio di alimenti non facilmente reperibili. Il grano ad esempio viene importato da Pisogne, dove è stato acquistato un pezzo di terra ad uso magazzino detto "Piazza degli Scalvini". Il 22 marzo 1738 Comino Morzenti scriverà "...comprato a Derbanno (Erbanno) in Valcamonica... et mènato in Càneva a Vilminore at ore 22 et calmerato...). Ma prima che cali la notte è meglio recarci in Ponno, perchè lì dopo una cert’ora "chiudono il portone e non ci passa più nessuno". Risalendo alla Crocetta si passa da "Sotto Palazzo" nel territorio dei Capitanio.
Gli abitanti di Ponno vivono in due gruppi di costruzioni o "Castelli" che appartengono alla famiglia Capitanio. Il primo presenta una bella torretta d’angolo e le caratteristiche loggette, terminando ad est con una costruzione adibita a monastero, ora casa Capitanio "Schinèi". Accanto al convento, dove alloggia nel ‘700 un gruppo di suore Orsoline, vi è la casa che dal 1691 Gelmo Capitanio cede in prestito agli Arcipreti di Vilminore fino al 1844, anno in cui verrà ultimata la nuova Canonica. Uno dei primi parroci che vi abitò fu l’Arciprete Giovanni Maria Acerbis.

L'arciprete Acerbis

Nato a Rigosa (vicino Zogno) il 18 febbraio 1672, l’Acerbis giunse a Vilminore il 6 novembre 1707, dopo aver accettato con riluttanza l’incarico perchè intimorito dalle orride descrizioni che gli erano state fatte della Valle.
Non si seppe dar pace, al punto che dopo due anni di permanenza a Vilminore partì per Genova deciso ad entrare nell’ordine dei Gesuiti. Dissuaso da un amico, tornò in Valle, risoluto a "patirvi quasi sulla Croce in compagnia del Cristo".
Indubbiamente prese alla lettera il suo proposito, rivelando d’avere una personalità a dir poco sconcertante. D’accordo, il rigore e l’autodisciplina sono qualità lodevoli, ma frustarsi quotidianamente, portare il cilicio, dormire in una bara con un tronco per cuscino e chiodi e schegge per materasso... è decisamente esagerato!!!
Giunse al punto di costruirsi un alto sgabello sul quale sedeva per mangiare dal piatto appoggiato sul pavimento, in modo che quando si chinava per prendere il boccone le punte del cilicio gli penetravano meglio nella carne. Quando non dormiva nella bara, passava le notti pregando in chiesa o prostrato sul bancone della sagrestia. Odiava qualsiasi forma di mondanità, ma in particolar modo aborriva le feste danzanti, non perchè avesse qualcosa contro il ballo, solo non sopportava di vedere uomini e donne danzare insieme.
Così invitava a casa le giovani più avvenenti del paese e le faceva ballare tra loro, con il suonatore di chitarra rivolto "per contratto" contro il muro.
Questo naturalmente non toglie nulla ai moltissimi meriti dell’Arciprete: arredò ed abbellì la Chiesa di Vilminore spendendovi moltissimo del suo, introdusse la festività delle Quarantore destinandovi gli introiti della Cappellania di S. Salvatore ed inaugurò tra l’altro l’usanza di suonare l’Ave Maria alle otto di sera. Rimaneva anche per parecchi giorni accanto al capezzale dei moribondi ed aveva un’insospettabile tenerezza verso le puerpere, che visitava puntualmente portando loro qualche prelibatezza.
Nonostante la sua austerità, era amatissimo dai parrocchiani e morì il 31 dicembre 1745 venerato come un Santo. Quello che si verificò nei giorni successivi lascia sbigottiti, se accadesse oggi gli abitanti di Vilminore sarebbero tutti arrestati per fanatismo e violazione di cadavere.
Dopo i solenni funerali, il corpo dell’Arciprete fu esposto in Chiesa per tre giorni, durante i quali fu letteralmente pelato dai suoi fans: gli strapparono capelli, barba, unghie e denti e ridussero a brandelli gli abiti talari dei quali era vestito. Negli anni successivi queste reliquie vennero usate nei modi più impensati ed un esempio vale per tutti: quando la medicina non poteva nulla contro un male inguaribile, si somministrava al moribondo un bicchiere d’acqua dove era stata sciolta la raschiatura dei denti dell’Arciprete. Insomma, anche a Vilminore nel 1700 regnavano sovrane la magia, stregoneria e superstizione, mali che l’Acerbis aveva tentato invano di sconfiggere.

Piazza Vecchia e Piazza nuova

La strada che esce da Ponno porta all’antica Pieve, passando davanti alla località Trèbolt. I muri di quest’antichissima via saranno demoliti nel 1945 ed i sassi recuperati serviranno per la costruzione dell’oratorio di Vilminore. A proposito di Oratori, riprendendo l’immaginaria passeggiata ne possiamo vedere uno nel centro di Vilminore, precisamente in Piazza Nuova. La chiesetta di S. Bernardino sta proprio sopra la fontana ed è stata costruita nel 1458 dai Vicini di Vilminore.
Nel marzo del 1700 l’Arciprete Figura scrive: "Nell’oratorio di S. Bernardino vi è la grave usanza di farsi le Vicinie di detta contrada, con non pochi scandali per li chiassi che vengono fatti dà secolari per i loro congressi...". 
L'Oratorio di S. Bernardino è quindi la "sede" della Vicinia di Vilminore e le riunioni, soprattutto nell’ultimo quarto del secolo XVI, non devono essere delle più pacifiche, con gli Albrici ed i Capitanio che si accusano a vicenda di depredare i beni della Vicinia.
Per tagliare la testa al toro, i Capitanio giungono al punto di proporne lo scioglimento suggerendo un’interessante "divisione dei beni": un terzo agli Albrici, un terzo ai Capitanio e un terzo agli altri (per essere gli ultimi arrivati avevano un bel coraggio, per fortuna non se ne fece nulla!). Il campanile della chiesetta di S. Bernardino è stato costruito nel 1474 dal Maestro Palma Bordogna e verrà demolito nel 1945 perché "sporgeva sulla strada e non ci passava la corriera". Poco prima dell’Oratorio troviamo un convento (ex casa Capitanio "Gigiotti") dove vivono dei frati cappuccini quasi tutti appartenenti alla famiglia Albrici. Lo stemma del casato è ben visibile sul portale (che sarà distrutto) ed è dipinto negli affreschi all’interno della casa

Cima il Risso

Se Ponno è il regno dei Capitanio, Piazzola e Cima il Risso sono il feudo degli Albrici, nel quale si entra agevolmente da Piazza Nuova perchè non ci sono porte che ne chiudono il passaggio.
La parte "a sera" di Vilminore è dominata da un vero e proprio fortino, circondato da quattro mura a volta con relativi torrioni ai vertici (di questi ultimi rimane solo la "Ton", gli altri tre sorgevano dove erano la vecchia caserma, la casa delle "Palasine" e del torrione a nordest si sono trovate le fondamenta durante i lavori di sbancamento della nuova strada Vilminore - Oltrepovo).
Le mura del fortino, dove sono le scuderie egli alloggi dei soldati, verranno in seguito adattate ad abitazioni dagli Albrici discendenti dagli antichi Albericis. I due cortili interni sono attraversati da una stradina che può essere usata da tutti gli abitanti della costruzione e due sono le principali porte d’entrata: una ad ovest dalla quale passano cavalli e soldati, la seconda a sud-ovest usata dai residenti.
Attorno al fortino vi sono altre abitazioni e tutte appartengono agli Albrici. Scendendo in San Carlì troviamo un altro gruppo di case della stessa famiglia, "chiuso" da un portone ad involto detto poi ironicamente "Il Porton d’Assisi".
Nel secolo XVIII la famiglia Albrici si dividerà in due rami: gli Albrici Maraschini che verranno in seguito chiamati "Maurì" e gli Albrici Gabrieli, divisi nei rami di Gabrieli "di Sopra" e Gabrieli "di Sotto". Nella prima anagrafe municipale ordinata dalle leggi italiche sul principio dell’800, la zona dove sono comprese le abitazioni di questi Albrici (cioè Piazzola) avrà il nome di Contrada Gabrieli.
continua...

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