Clicca

LO FECI BELLO ET SOMILIANTE 

       

Il territorio della Val di Scalve nelle antiche mappe catastali 
Comunità Montana di Scalve - Museo Etnografico di Schilpario - Archivio di Stato di Bergamo - Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Bergamo - Istituto bergamasco per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea
"Lo feci bello et somiliante" presso Archivio di Stato Via Tasso, 84 - Bergamo
dal 18 maggio al 9 giugno - da lunedì a sabato: ore 10-13; ore 14-17
.

Alcune immagini della mostra a Vilminore,  nel mese di dicembre 2000

Clicca per ingrandire

Zoom

Zoom

Zoom

Zoom

Zoom

Zoom

Zoom

Zoom

Zoom

UNA MOSTRA DI CABREI

Il cabreo (dal latino caput breve, parola oggi in disuso e di regola sostituita da "mappa catastale") è una fonte iconografica tipicamente settecentesca, che continua comunque ad avere sviluppo in alcune zone periferiche – come la Valle di Scalve – per buona parte dell’Ottocento. Lasciano quindi il posto alla catastazione geometrica, più precisa e rigorosa, ma il loro studio permette ancor oggi di seguire le profonde modifiche che un luogo ha avuto nel corso dei secoli. Prima dell’invenzione della fotografia, i cabrei sono stati il principale strumento di descrizione e rappresentazione del territorio, appunto la "mappa" che permetteva di orientarsi nel paesaggio agrario – e non solo – con sorprendente precisione. I cabrei vanno annoverati fra i frutti della cultura illuministica, che aveva bisogno di una razionalità, prima avvertita con minore urgenza, anche nel campo dell’inventariazione e della descrizione dei beni. I possidenti, volendo mettere ordine nelle rispettive proprietà (basti pensare che i confini delle loro terre erano spesso incerti e mal definiti, e che non sempre era nota l’estensione di un fondo), incaricano gli agrimensori del tempo di redigere accurate e dettagliate descrizione delle rispettive possessioni. Allo straordinario talento di questi autodidatti dobbiamo tavole non di rado molto belle, con la definizione dei limiti tratteggiati con inchiostro di china e con i nomi dei confinanti, la colorazione dei campi coltivati o dei pascoli, l’indicazione delle strade poderali, dei sentieri, dei corsi d’acqua, l’estensione dei boschi con la descrizione delle alberature, generalmente conifere o piante cedue. Spesso il cabreo è ulteriormente arricchito dalla presenza della rosa dei venti o da figure che segnalano i punti cardinali – indicati con i segni convenzionali del tempo: S [settentrione] e alcune volte anche T [tramontana] indicavano il nord, M [mezzogiorno] segnava il sud, mentre P [ponente] e L [levante] rispettivamente l’ovest e l’est – o dalla dimensione degli edifici rurali, nonché dalla loro tipologia (fossero essi cascine, stalle, fienili, mulini, torchi, roccoli, ecc.). L’unità di misura utilizzata di regola è il cavezzo (indicato con "c."), che corrisponde a 263 centimetri. In alcuni casi, quando le proprietà di un committente erano numerose, i cabrei venivano raccolti in volume (si vedano gli esemplari presentati in questa mostra): alle tavole si accompagnano così testi scritti, che riportano informazioni relative ai vari disegni. Solitamente vi compaiono dati che riguardano le misure, la natura dei suoli, il tipo di colture, notizie sull’acquisto o l’eventuale permuta delle terre. Il lavoro degli agrimensori - di alcuni dei quali viene anche ricostruita una breve traccia biografica - veniva svolto manualmente, dopo attenti sopralluoghi, che consentivano di giungere agli eccellenti risultati cartografici presentati in questa mostra. Il reperimento di una mappa - meno accurata nella ricchezza del disegno, ma ricca di annotazioni - che riporta l'indicazione di "copia da allegare alle mie memorie", fa pensare che spesso questi tecnici conservassero esempi del loro lavoro ( per successivi incarichi? per eventuali contestazioni?): una ulteriore "spia" di un lavoro di ricerca in gran parte ancora tutto da svolgere.
Angelo Bendotti

GLI AUTORI DI QUESTE MAPPE

Fra i periti agrimensori che operarono in Val di Scalve, un ruolo sicuramente importante ebbero i Merli di Vilmaggiore, autori nei corso dell’Ottocento di molti dei cabrei presi in esame per la realizzazione di questa mostra. Dai registri anagrafici della Parrocchia di San Giorgio apprendiamo che nel 1784 nasce Giovanni Merli, che vive fino al 1860: la sua condizione è quella di "possidente-perito agrimensore"; suo figlio, pure di nome Giovanni, nasce nel 1830 sempre a. Vilmaggiore, e continua l’opera del padre; così come Pietro, nato un anno prima, che ancora alla fine dell’Ottocento realizza mappe catastali. Pietro Merli muore il 25 novembre 1905, e con lui ha termine anche la produzione di queste mappe, che aveva contraddistinto per più generazioni la sua famiglia. Un altro nome che compare con frequenza - è autore tra le altre della mappa "delli Beni Arativi, Prativi, Boschivi, Cornivi e Disertivi di raggione del Beneficio Plebano di Vilminore di Scalve", disegnata nel 1785 - è Costantino Valmadri, "Publico Perito Approvato e Collegiato Agrimensore di Bergamo". Dal Liber status animarum, trascritto da Eugenio Pedrini, risulta che nel 1752 la famiglia di Costans Valmadri (forse di origine veneziana) è sotto la giurisdizione della Chiesa plebana. Con lui vivono i figli, tra i quali Francesco che, nel 1752, ha un figlio di nome Costantino: anche lui perito agrimensore, lavorerà per decenni in Val di Scalve. Non si sono invece trovate - almeno per ora - indicazioni precise sul perito Antonio Bonaldi, che figura su una mappa del 1821 raccolta in un registro, relativo a proprietà situate nel territorio di Schilpario.

Lo feci bello et somiliante
articolo tratto da: ARABERARA marzo 2001
Il territorio della Valle di Scalve nelle antiche mappe catastali
Angelo Bendotti

Ha destato un vivo interesse la mostra "Lo feci bello et somiliante". Il territorio della Val di Scalve nelle antiche mappe catastali, presentata a Schilpario la scorsa estate, in Casa Gregori, e a Vilminore di Scalve, nel periodo natalizio, presso le sale della Comunità Montana. L'iniziativa, promossa dalla stessa Comunità, dal Museo etnografico di Schilpario e dalla Biblioteca comunale di Vilminore , ha permesso di ammirare una sessantina di cabrei, raccolti per lo più presso gli archivi familiari, oltre ad alcuni "pezzi" di straordinaria fattura conservati dal Comune di Vilminore.
Il cabreo (dal latino caput breve, parola oggi in disuso e di regola sostituita da "mappa catastale") è una fonte iconografica tipicamente settecentesca, che continua comunque ad avere sviluppo in alcune zone periferiche - come la Valle di Scalve - per buona parte dell'Ottocento. Lasciano quindi il posto alla catastazione geometrica, più precisa e rigorosa, ma il loro studio permette ancor oggi di seguire le profonde modifiche che un luogo ha avuto nel corso dei secoli. Prima dell'invenzione della fotografia, i cabrei sono stati il principale strumento di descrizione e rappresentazione del territorio, appunto la "mappa" che permetteva di orientarsi nel paesaggio agrario - e non solo - con sorprendente precisione.
I cabrei vanno annoverati fra i frutti della cultura illuministica, che aveva bisogno di una razionalità, prima avvertita con minore urgenza, anche nel campo dell'inventariazione e della descrizione dei beni. I possidenti, volendo mettere ordine nelle rispettive proprietà (basti pensare che i confini delle terre erano spesso incerti e mal definiti, e che non sempre era nota l'estensione di un fondo), incaricano gli agrimensori del tempo di redigere accurate e dettagliate descrizioni delle rispettive possessioni. Il problema dei confini era particolarmente sentito in Val di Scalve, che per secoli (esattamente dal 1018 al 1682) era stata "in lite" - che costò morti, incendi, saccheggi - con gli abitanti di Borno, per il possesso e lo sfruttamento del Monte Negrino, montagna che divide geograficamente la Val di Borno e la Val di Scalve. Non si può stabilire con certezza l'inizio della definizione cartografica dei vari terreni, ma nella mostra erano esposti cabrei degli inizi del Settecento, quasi a conferma di una necessità sempre più sentita, e gli agrimensori chiamati a "disegnare", a prendere le misure di un determinato territorio, davano spesso ragione del loro operato con minute descrizioni apposte alla stessa mappa.
Così ad esempio, certificava Costantino Valmadri, perito agrimensore di Vilminore, di cui diremo piu avanti, in uno splendido cabre o che porta la data del 14 settembre 1777: Fu da me infrascrito misurato la presente pesa di terra nel tenere della contrada della Nona nel Disegno chiamata Le sponde ed fu trovata di tavole n.143 ed fu da me chiamato ogni confinante et fatoli venire personalmente sopralogo ed acordevole con essi fu meso termini contro le parti di ciascuna dalla quale da matina confina li Sg.ri Capitanij di Brescia ed per questi vinsero (vennero) il Sg.or Domenico Talgiaferi suo agente ed a monte confina li sodetti come pure a sera ed a mezzogiorno confina tre diversi confinanti il primo de quali sono li eredi del fu Francesco Pisini dalla Nona; ed il secondo la chiesa plebana di Vilminore ed per questa vinsero li sindesi della medesima qual herano ol Sg.or Cristoforo Albrici di Vilminore; ed il terzo sono li eredi del fu Giacomo Boni della Nona.
Allo straordinario talento di questi autodidatti dobbiamo tavole non di rado molto belle, con la definizione dei limiti tratteggiati con inchiostro di china e con i nomi dei confinanti, la colorazione dei campi coltivati e dei pascoli, l'indicazione delle strade poderali, dei sentieri, dei corsi d'acqua, degli imbocchi delle miniere di ferro, l'estensione dei boschi con la descrizione delle alberature, generalmente conife o piante cedue.
Spesso il cabre o è ulteriormente arricchito dalla presenza della rosa dei venti o da deliziose figure che segnalano i punti cardinali - indicati con i segni convenzionali del tempo: S (settentrione) e alcune volte anche T (tramontana) indicavano il nord, M (mezzogiorno) segnava il sud, mentre P (ponente) e L (levante) rispettivamente l'ovest e l'est - o dalla dimensione degli edifici rurali, nonché dalla loro tipologia (fossero essi cascine, stalle, fienili, mulini, torchi, roccoli, ecc.).
L'unità di misura di regola utilizzata era il Cavezzo (indicato con c.), corrispondente a metri 2, 626. Venivano spesso indicati i cippi di confine e segnalati i "testimoni", vale a dire i due pezzi della stessa pietra divisa, che dovevano obbligatoriamente combaciare, interrati ai lati del cippo.
Sempre Valmadri certifica minuziosamente: Ho notato le distanze delli termini con numeri per chi non intende la scala geometrica, principiando da A sino B vi sono Cavesi n.10 ed dal termine B sino C vi sono Cavesi n.9 e meso e da C sino D ci sono Cavesi n.6 e tre quarti ed da D sino E vi sono Cavesi n.8 ed da E sino F vi sono Cavesi n.9 e mezzo ed da F sino G vi sono Cavesi n.3 e un quarto ed da G sino P vi sono Cavessi n.6 e un quarto ed da P fino Q vi sono Cavesi n.4 e un quarto ed da Q fino R vi sono Cavessi n.6 ed da R fino S vi sono Cavesi n.5 e mezzo ed da S fino T vi sono Cavesi n.1 e tre quarti ed da T sino V vi sono Cavesi n.9 e mezzo ed da V fino X vi sono Cavesi n.7 e un quarto ed da X sino A vi sono Cavesi n.11.
In alcuni casi, quando le proprietà di un committente erano numerose, i cabre i venivano raccolti in un volume: nella mostra erano esposti i "registri" della Parrocchia di Santa Maria della Nona, della famiglia Gregori di Schilpario, della famiglia del "cittadino" Morelli di Azzone (siamo in piena epoca napoleonica). Spesso questi volumi presentano anche testi scritti, che riportano informazioni relative all'esecuzione dei vari disegni, alla natura dei suoli, al tipo delle colture, notizie sull'acquisto o l'eventuale permuta delle terre.
Il lavoro degli agrimensori veniva svolto manualmente, dopo attenti sopralluoghi, che consentivano di giungere agli eccellenti risultati cartografici presentati in questa mostra. Il reperimento di una mappa - meno accurata nella ricchezza del disegno, ma densa di annotazioni - che riporta l'indicazione di "copia da allegare alle mie memorie", fa pensare che spesso questi tecnici conservassero esempi del loro lavoro (per successivi incarichi? per eventuali contestazioni?): una ulteriore "spia" di un lavoro di ricerca in gran parte ancora da svolgere.
Fra i periti agrimensori che operarono in Val di Scalve, un ruolo sicuramente importante ebbero i Merli di Vilmaggiore, autori nel corso dell'Ottocento di molti dei cabrei presi in esame per la realizzazione di questa mostra. Dai registri anagrafici della Parrocchia di San Giorgio apprendiamo che nel 1784 nasce Giovanni Merli, che visse fin o al 1860: la sua condizione era quella di "possidente perito agrimensore"; suo figlio, pure di nome Giovanni, nasce nel 1830 sempre a Vilmaggiore e continua l'opera del padre, così come Pietro, nato un anno prima, che ancora alla fine dell'ottocento realizza mappe catastali. Pietro Merli muore il 25 novembre 1905 e con lui ha termine anche la produzione dei cabrei, che aveva contraddistinto per più generazioni la sua famiglia. Un altro nome che compare con frequenza - è autore tra le altre mappa "delli Beni Arativi, Prativi, Boschivi, Comivi e Disertivi di raggione del Beneficio Plebano di Vilminore di Scalve, realizzata nel 1785 - è quello di Costantino Valmadri, "Publico Perito Approvato e Collegiato Agrimensore di Bergamo". Dal Liber status animarum, trascritto da Eugenio Pedrini, risulta che nel 1752 la famiglia di Costans Valmadri (forse di origine veneziana) è sotto la giurisdizione della Chiesa plebana. Con lui vivono i figli, tra i quali Francesco che, nel 1752, ha un figlio di nome Costantino: anche lui perito agrimensore, lavorerà per decenni in Val di Scalve. Non si sono invece trovate, almeno per ora, indicazioni precise sul perito Antonio Bonaldi, che figura su una mappa del 1821 raccolta in un registro relativo a proprietà situate nel territorio di Schilpario, così come non si hanno notizie certe su Bernardino Grassi, pure di Schilpario, su un Bettoni di Azzone, su Carlo Albrici, molto attivo nel realizzare cabrei riguardanti il territorio dei Comuni di Vilminore di Scalve e di Oltrepovo nella seconda metà dell'Ottocento.
La mostra "Lo feci bello et somiliante" verrà esposta presso l'Archivio di Stato di Bergamo dal'11 maggio al 3 giugno: un'ulteriore occasione per ammirare questa splendide mappe e per riflettere su come il vero scopo della cartografia non consiste nel fare un doppione della realtà, riproducendo totalmente l'oggetto come "è in sé". Sicuramente gli agrimensori scalvini non corsero il rischio - pur nell'assoluta diligenza con cui esercitarono il loro mestiere - di quei geografi di cui ci parla Jorge L. Borges nella Storia universale dell'infamia, che vollero tracciare una carta del loro impero sempre più perfetta. Cominciarono con una carta grande come una città, ma insoddisfatti vollero ingrandirla fino a tracciarne una grande quanto una provincia. Ancora insoddisfatti si rimisero al lavoro e finalmente realizzarono una carta grande come l'intero territorio. Si resero conto allora che una tale carta non serviva più a nulla, e "la abbandonarono alle inclemenze del sole e degli Inverni".

*Direttore Istituto Bergamasco per la Storia della Resistenza e dell'età contemporanea Direttore Museo Etnografico di Schilpario.
Le riproduzioni sono a cura di Giorgio Capitanio (Foto Giorgio - Vilminore)
Per altre informazioni visitate il sito www.scalve.it nelle pagine di Vilminore sotto il titolo "Lo feci bello et somiliante".